Nota processioni 2022

Diocesi di Tivoli e di Palestrina

UFFICIO LITURGICO DIOCESANO

Facendo seguito a quanto stabilito con il Vescovo, questo Ufficio si pregia di comunicare quanto segue.

Dato il miglioramento della condizione sanitaria Covid-19, è parso opportuno dare alle comunità la possibilità di riprendere gradualmente le processioni, visto l’approssimarsi dei venerdì di quaresima con il Pio esercizio della via Crucis, la Domenica delle Palme, il Venerdì Santo dove, successivamente all’Azione Liturgica di quel giorno segue la cosiddetta “Processione del Cristo Morto”, le processioni mariane o di Santi che da dopo Pasqua si svolgono in molte delle nostre comunità. Si raccomanda però di ascoltare il parere delle autorità civili competenti, così come si raccomanda a tutti i partecipanti di indossare la mascherina seppur si è all’aperto, e il distanziamento (ulteriore occasione per dare ordine alle processioni). È opportuno, inoltre, rivedere eventualmente il percorso delle stesse processioni qualora risultasse troppo lungo. Infine, si ricorda a tutti i sacerdoti che siano loro insieme alle comunità parrocchiali ad organizzare tali atti pubblici di fede, e non associazioni, Comitati o Pro Loco. Le processioni sono momenti liturgici che manifestano la fede di una comunità cristiana. Si richiamano, quindi, brevemente alcuni punti del Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia al fine di aiutare tutti a vivere in maniera seria questi momenti. 

Dal Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia

della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (2002)

«Nella processione, espressione cultuale di carattere universale e di molteplice valenza religiosa e sociale, il rapporto tra Liturgia e pietà popolare acquista particolare rilievo. La Chiesa, ispirandosi a modelli biblici (cfr. Es 14, 8-31; 2 Sam 6, 12-19; 1Cor 15, 25-16, 3), ha istituito alcune processioni liturgiche, le quali presentano una variegata tipologia.» (245)  

«Dal punto di vista liturgico si dovranno orientare le processioni, anche quelle di carattere più popolare, verso la celebrazione della Liturgia: presentando il percorso da chiesa a chiesa come cammino della comunità vivente nel mondo verso la comunità che dimora nei cieli; provvedendo che sia svolta sotto la presidenza ecclesiastica, onde evitare manifestazioni irrispettose e degenerative; istituendo un momento di preghiera iniziale * in cui non manchi la proclamazione della Parola di Dio; valorizzando il canto, preferibilmente dei salmi e l’apporto di strumenti musicali; suggerendo di portare in mano, durante il percorso, ceri e lampade accese; prevedendo delle soste, le quali, per il loro alternarsi ai tempi di marcia, danno l’immagine stessa del cammino della vita; concludendo la processione con una preghiera dossologica a Dio, fonte di ogni santità e con la benedizione impartita dal Vescovo, dal presbitero o dal diacono».

« Dal punto di vista antropologico, si dovrà evidenziare il significato della processione quale “cammino compiuto assieme”: coinvolti nello stesso clima di preghiera, uniti nel canto, volti all’unica meta, i fedeli si scoprono solidali gli uni con gli altri, determinati a concretizzare nel cammino della vita gli impegni cristiani maturati nel percorso» (247).

Si suggerisce che, di norma e secondo le disposizioni liturgiche, nelle nostre Diocesi la processione (in particolare quelle mariane e quelle dei Santi) sia preceduta dalla celebrazione eucaristica, dalla cui fonte sgorga ogni altra azione cultuale e si vigili attentamente che i fedeli siano richiamati a partecipare attivamente alla celebrazione e, solo successivamente, alla processione, così da instillare nel cuore dei fedeli il giusto orientamento della fede, anzitutto verso la presenza reale di Cristo e, solo poi, verso le devozioni popolari che hanno nel mistero di  Cristo il loro unico motivo di sussistenza.

Altri suggerimenti:

Il presbitero che presiede la processione può indossare il piviale del colore liturgico del giorno o del colore adatto al carattere liturgico della processione. Si curi che le vesti liturgiche indossate per la processione siano dignitose e indossate con riverenza. Si eviti l’uso della casula per la processione, essendo quel paramento proprio della sola celebrazione eucaristica. 

Si informino le bande musicali che eventualmente dovessero prestare servizio durante la processione, di eseguire soltanto musica sacra, durante il percorso della stessa; a questa musica può essere associato il canto della comunità in cammino, con una voce guida, e con l’utilizzo di un buon sistema di amplificazione. Le marce o la musica profana si utilizzino solo a processione conclusa e fuori da ogni condizione di preghiera.

Si invitino i portatori e i membri della confraternita che, anche se recano pesanti macchine processionali o strumenti devozionali, abbiano un contegno dignitoso nel percorso della processione, senza parlare a voce alta, senza disordine nel procedere, senza disorientare la preghiera del popolo e offrendo una testimonianza di fede anche nel loro servizio. Il Parroco può prevedere uno o più momenti organizzativi previ alla processione, durante i quale dare queste ed altre istruzioni opportune ai membri delle confraternite o ai responsabili delle associazioni legate alla processione ed offrire opportune catechesi.

Tivoli, 02/03/2022​​​​      don LudovicoBorzi e don Dario Giustini

Mercoledì delle Ceneri​​​​​​Direttori ULD

omelia

L’evangelista Matteo è un grande teologo e probabilmente è lui lo scriba che, come ha detto Gesù, dal suo tesoro tira fuori cose nuove e cose antiche. Nel presentare la figura di Giuseppe, il padre di Gesù, con grande abilità l’evangelista fonde in questo personaggio grandi liberatori della storia di Israele: Giuseppe, il figlio di Giacobbe, quello che era stato venduto dai fratelli, che salvò la sua famiglia portandola in Egitto, e Mosè, il grande liberatore, che salvò il suo popolo portandolo via dall’Egitto.

Ma vediamo cosa ci scrive l’evangelista, al capitolo 2 del suo vangelo, dal versetto 13. “Essi erano appena partiti” – si tratta dei Magi – “quando un angelo del Signore”, ecco entra in azione l’angelo del Signore: una formula che indica non un angelo inviato dal Signore, ma Dio stesso quando entra in comunicazione con gli uomini. In questo vangelo appare in tre momenti importanti: per annunziare la vita di Gesù, per difenderla, come vediamo ora, dalle trame omicide del re Erode, e, al momento della risurrezione, per confermare che la vita,
quando viene da Dio, è indistruttibile.

“Quando un angelo del Signore apparve in sogno Giuseppe”, ecco l’evangelista parla dei sogni a Giuseppe come i sogni del patriarca, l’uomo dei sogni, come è scritto nel libro della Genesi. “E gli disse: àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò. Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Perché questo? Erode era un re illegittimo, non aveva sangue giudaico nelle sue vene ed era ossessionato che qualcuno gli potesse toglierle il trono, al punto che arrivò ad uccidere ben una decina dei familiari e addirittura tre figli, l’ultimo dei quali qualche giorno prima di morire. Ma l’evangelista, sotto la figura di Erode, vuole raffigurare quella del faraone che ordinò la strage di tutti i bambini maschi del popolo ebraico e, per un intervento divino, si salvò Mosè.

“Egli si alzò nella notte” – come la notte di Pasqua, la notte della liberazione – “prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto”. Quindi, come Giuseppe il patriarca portò la sua famiglia in salvo in Egitto, così Giuseppe il padre di Gesù. E continua l’evangelista che “Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse”, e qui l’evangelista non fa altro che prendere letteralmente la citazione dal libro dell’Esodo, di quello che è scritto di Mosè, quando il Signore disse a Mosè in Madian – è il capitolo quarto del libro della Genesi – “Va, torna in Egitto perché sono morti quanti insidiavano la tua vita. Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull’asino e tornò nella terra d’Egitto”. È esattamente quello che l’evangelista scrive ora “L’angelo del Signore disse: àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, va nella terra di Israele”.

Nella terra di Israele ormai non ci dovrebbero essere problemi, forse, “Sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra di Israele. Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao”, quando morì Erode il Grande, la regione fu smembrata e divisa: ad Archelao toccò in sorte la Giudea, la Samaria e l’Idumea, a Erode Antipa, il re che poi vedrà le gesta di Gesù, la Galilea e la Perea; infine all’altro figlio, a Filippo, tutta la parte a oriente e nord del lago.

“Archelao regnava al posto di suo padre Erode”, regnare al posto di suo padre significa che era un assassino come il padre; infatti Archelao iniziò il suo regno con una strage di ben tremila ebrei, “ebbe paura di andarvi”. Il potere è sempre assassino. Di fronte ai doni di Dio il potere risponde sempre con il terrore. “Avvertito poi in sogno” – di nuovo tornano i sogni di Giuseppe – “si ritirò”, e qui l’evangelista incomincia a presentare la luce che splende nelle tenebre. Infatti “si ritirò nella regione della Galilea”. Mentre la Giudea deve il nome a Giuda, uno dei patriarchi di Israele, questa regione al nord, al confine con i pagani, era talmente
disprezzata che il profeta Isaia, nel capitolo 8, volendo indicarla disse “Il distretto dei gentili”, cioè il distretto dei pagani. Distretto in ebraico si dice galîl (fonetico), da cui Galilea. Quindi una zona oscura, “E andò ad abitare in una città chiamata Nazareth”. Mai citata nei testi della bibbia, non godeva di buon nome. Nel vangelo di Giovanni sappiamo la risposta scettica di Natanaele quando gli dicono che Gesù viene da Nazareth e lui dice “Ma da Nazareth può venire qualcosa di buono?”. Quindi l’avventura di Gesù nasce nel mondo oscuro, è la luce che splende nelle tenebre.

L’evangelista Matteo è un grande teologo e probabilmente è lui lo scriba che, come ha detto Gesù, dal suo tesoro tira fuori cose nuove e cose antiche. Nel presentare la figura di Giuseppe, il padre di Gesù, con grande abilità l’evangelista fonde in questo personaggio grandi liberatori della storia di Israele: Giuseppe, il figlio di Giacobbe, quello che era stato venduto dai fratelli, che salvò la sua famiglia portandola in Egitto, e Mosè, il grande liberatore, che salvò il suo popolo portandolo via dall’Egitto.

Ma vediamo cosa ci scrive l’evangelista, al capitolo 2 del suo vangelo, dal versetto 13. “Essi erano appena partiti” – si tratta dei Magi – “quando un angelo del Signore”, ecco entra in azione l’angelo del Signore: una formula che indica non un angelo inviato dal Signore, ma Dio stesso quando entra in comunicazione con gli uomini. In questo vangelo appare in tre momenti importanti: per annunziare la vita di Gesù, per difenderla, come vediamo ora, dalle trame omicide del re Erode, e, al momento della risurrezione, per confermare che la vita,
quando viene da Dio, è indistruttibile.

“Quando un angelo del Signore apparve in sogno Giuseppe”, ecco l’evangelista parla dei sogni a Giuseppe come i sogni del patriarca, l’uomo dei sogni, come è scritto nel libro della Genesi. “E gli disse: àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò. Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Perché questo? Erode era un re illegittimo, non aveva sangue giudaico nelle sue vene ed era ossessionato che qualcuno gli potesse toglierle il trono, al punto che arrivò ad uccidere ben una decina dei familiari e addirittura tre figli, l’ultimo dei quali qualche giorno prima di morire. Ma l’evangelista, sotto la figura di Erode, vuole raffigurare quella del faraone che ordinò la strage di tutti i bambini maschi del popolo ebraico e, per un intervento divino, si salvò Mosè.

“Egli si alzò nella notte” – come la notte di Pasqua, la notte della liberazione – “prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto”. Quindi, come Giuseppe il patriarca portò la sua famiglia in salvo in Egitto, così Giuseppe il padre di Gesù. E continua l’evangelista che “Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse”, e qui l’evangelista non fa altro che prendere letteralmente la citazione dal libro dell’Esodo, di quello che è scritto di Mosè, quando il Signore disse a Mosè in Madian – è il capitolo quarto del libro della Genesi – “Va, torna in Egitto perché sono morti quanti insidiavano la tua vita. Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull’asino e tornò nella terra d’Egitto”. È esattamente quello che l’evangelista scrive ora “L’angelo del Signore disse: àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, va nella terra di Israele”.

Nella terra di Israele ormai non ci dovrebbero essere problemi, forse, “Sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra di Israele. Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao”, quando morì Erode il Grande, la regione fu smembrata e divisa: ad Archelao toccò in sorte la Giudea, la Samaria e l’Idumea, a Erode Antipa, il re che poi vedrà le gesta di Gesù, la Galilea e la Perea; infine all’altro figlio, a Filippo, tutta la parte a oriente e nord del lago.

“Archelao regnava al posto di suo padre Erode”, regnare al posto di suo padre significa che era un assassino come il padre; infatti Archelao iniziò il suo regno con una strage di ben tremila ebrei, “ebbe paura di andarvi”. Il potere è sempre assassino. Di fronte ai doni di Dio il potere risponde sempre con il terrore. “Avvertito poi in sogno” – di nuovo tornano i sogni di Giuseppe – “si ritirò”, e qui l’evangelista incomincia a presentare la luce che splende nelle tenebre. Infatti “si ritirò nella regione della Galilea”. Mentre la Giudea deve il nome a Giuda, uno dei patriarchi di Israele, questa regione al nord, al confine con i pagani, era talmente
disprezzata che il profeta Isaia, nel capitolo 8, volendo indicarla disse “Il distretto dei gentili”, cioè il distretto dei pagani. Distretto in ebraico si dice galîl (fonetico), da cui Galilea. Quindi una zona oscura, “E andò ad abitare in una città chiamata Nazareth”. Mai citata nei testi della bibbia, non godeva di buon nome. Nel vangelo di Giovanni sappiamo la risposta scettica di Natanaele quando gli dicono che Gesù viene da Nazareth e lui dice “Ma da Nazareth può venire qualcosa di buono?”. Quindi l’avventura di Gesù nasce nel mondo oscuro, è la luce che splende nelle tenebre.

“Perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti” – e qui si vede la grande abilità di Matteo, il grande scriba, il grande teologo – “sarà chiamato Nazareno”. Letteralmente l’evangelista scrive Nazoreo (fonetico) perché fonde tre termini diversi: uno, il primo, è neser (fonetico), che significa “il virgulto”, e viene preso dal capitolo 11 del profeta Isaia, nella profezia “Un virgulto spunterà dalle sue radici”, dalle radici del padre di Davide; l’altro è il termine nazir (fonetico), che significa “consacrato”, l’uomo che vive per Dio, e infine naturalmente il nome di Nazareth. Quindi questa pagina è un grande capolavoro di letteratura, di teologia e di spiritualità e il significato è: Dio sta sempre a fianco del suo popolo e Dio sempre susciterà nuovi liberatori della sua famiglia