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INCONTRO DEI CATECHISTI
San Vittorino Romano, sabato 14 gennaio 2017
Carissimi Catechisti e Catechiste,
anzitutto desidero ringraziare voi per la vostra presenza ed i vostri parroci per la sollecitudine pastorale con la quale vi hanno coinvolto ed invitato a partecipare a questo incontro di oggi, che vogliamo vivere come una sosta nel cammino che la nostra Chiesa Diocesana, pian piano, sta compiendo sollecitata dalla Nota Pastorale “Cristiani non si nasce, ma si diventa” che ho voluto consegnare, come primo, anche se non esclusivo frutto della Visita Pastorale alle comunità parrocchiali che ho avuto il dono di compiere in questi anni.
Una sosta, dunque, la nostra, per riappropriarci e approfondire lo spirito della Nota.
Lo abbiamo detto più volte e sempre dobbiamo ripetercelo, senza stancarci, che il cambiamento – o meglio la conversione – sollecitata e più volte richiamata dalla Nota non si esaurisce in una nuova modalità di ricevere i Sacramenti da parte dei ragazzi, o nei percorsi catechistici preparati per loro e, oserei dire, che neppure si esaurisce nel coinvolgimento dei genitori nei percorsi di fede dei loro figli – anche se certamente, questo è uno degli aspetti fondamentali -. Né – ed oso ancora di più – si esaurisce nell’aiutare ad assumere la convinzione profonda che i Sacramenti non sono fini a se stessi ma in ordine alla “vita cristiana” – e sarebbe già tantissimo! -.
Oggi con voi e a voi vorrei rilanciare piuttosto un altro aspetto, questo ancor più essenziale e imprescindibile e che non dobbiamo dare per scontato perché alla luce della Visita Pastorale ho notato come scontato proprio assolutamente non lo sia… La Nota deve essere occasione per “ridisegnare” e “ripensare” l’essere delle nostre comunità parrocchiali, fondate sempre più su un reale e profondo ascolto della Parola di Dio, su una partecipazione attenta e curata all’Eucaristia, su uno stile di comunione vera, di discernimento personale circa i carismi che lo Spirito dona a ciascuno, di condivisione concreta e di arricchimento reciproco, di accoglienza, accompagnamento ed integrazione delle persone all’interno delle nostre comunità in maniera attiva e consapevole. Credo fortemente, come Pastore della nostra Chiesa, che queste dimensioni, vissute realmente, là dove già ora un poco brillano, rendono belle le nostre comunità, emanano una luce che attira, destano simpatia e possono riaccendere in molti cuori la nostalgia della “casa del Padre”, dove tornare ed essere sempre accolti, aiutati, accompagnati.
Il libro degli Atti degli Apostoli, che guida il cammino di questo anno pastorale, è opportunità per ciascuno, per le nostre comunità e per tutta la Chiesa Diocesana, per rispondere all’invito del Signore di “tornare a Gerusalemme” e attendere l’invio dello Spirito. I discepoli che come i due di Emmaus si erano allontanati delusi e stanche dopo i fatti della Pasqua, fanno proprio questo: tornano a Gerusalemme, stanno tutti insieme nel cenacolo e insieme a Maria – la Madre di Gesù e Madre nostra – accolgono il dono dello Spirito Santo, essenziale per vivere una autentica comunione (come il capitolo 4 degli Atti ci descrive a proposito della prima comunità), per iniziare un’autentica opera di evangelizzazione, capace di smuovere i cuori e accendere in tutti la domanda “che cosa dobbiamo fare?” (come i primi discorsi di Pietro ci testimoniano). E oserei dire che la Nota Pastorale e il libro degli Atti degli Apostoli, si intrecciano efficacemente per noi.
In che senso? Come? Potremmo chiederci.
Proviamo insieme a riflettere: forse, in questo primo tempo del dopo Nota Pastorale, cosa stiamo vivendo? Provo a rispondere per voi: stiamo sperimentando la fatica del cominciare; forse stanno venendo alla luce situazioni pastorali nodose e difficili, come la mancanza reale di dialogo tra catechisti, genitori, sacerdoti…, la difficoltà a collaborare fattivamente; in altre situazioni potrebbe evidenziarsi l’incapacità di accogliere il cambiamento, per l’incognita che ogni cambiamento comporta; in altre ancora la difficoltà di coinvolgere nuove persone, nuovi operatori, difficili da trovare. Ci potrebbe poi spaventare il sacrificio che il cambiamento richiede a tutti i livelli e a ognuno di noi… Ed azzardandomi ancor più: forse, nelle nostre comunità, sta emergendo una mancanza di fede. Una confusione tra comunità cristiana – dove lo Spirito Santo è su ogni fedele battezzato e parla quindi in tutti i fedeli e la comunità cristiana intesa come il gruppetto di quelli che stanno vicino al Parroco, sono impegnati nelle cose della Chiesa ma forse – anche da parte di noi pastori – la loro unzione è come bloccata, un po’ fermata, recintata in uno spazio che abbiamo dato loro noi presbiteri quasi per “gentile concessione”…
E’ vero, il Parroco è il primo responsabile della catechesi, ma tutti i cristiani: catechisti, sposi, popolo di Dio… hanno su di sé lo Spirito e possono parlare ed agire mossi da Lui.
. Vedete, lungi dal farci spaventare da questi e da tutti gli altri ostacoli che stiamo incontrando o che incontreremo – perché so benissimo che questi concetti conciliari non sono ancora passati nelle nostre comunità -, senza farci scoraggiare da tali aspetti ed ostacoli, senza convincerci e ancor più “farci convincere” da chi non vorrebbe o non crede che si possa fare sul serio e vorrebbe convincere che “non è possibile poiché è difficile” rinnovarsi, vorrei invitarvi a leggere queste difficoltà emerse come “frutti” della Nota Pastorale. Sembra strano, lo comprendo, ma credo che sia proprio così. Sì, anche questi sono “frutti”, magari amari, o acerbi, o indesiderati, ma ci sono, esistono e non possiamo far finta di niente, non possiamo dire che va tutto bene, non possiamo credere che non chiamandoli per nome e riconoscendoli, perché scomodi, abbiamo eliminato il problema. Occorre essere realisti, concreti e incarnati: ciascuno di questi “frutti” o “non frutti” (potremmo chiamarli così) sono da considerare. Male è e sarebbe invece rimanerne prigionieri, farsi catturare dal pessimismo e dall’immobilismo.
Cosa farne allora?
Coglierli e lavorare come “pionieri del post-Concilio nella nostra Chiesa tiburtina” (è una affermazione grossa, ma la dico ugualmente perché ci credo abbastanza) per sciogliere ciascuno di questi nodi; impegnarsi per sanare concretamente ognuna di queste fratture. E’ questa la capacità di trasformare in opportunità pastorali anche le cose che non vanno: potremmo dire che queste situazioni, quando sono ben evidenziate, rappresentano “il programma pastorale” specifico di ogni comunità. Senza ripiegamenti, senza rassegnazioni sterili, senza cinismo e scetticismo.
Come ho detto prima la Nota si intreccia bene con lo spirito del libro degli Atti degli Apostoli e vorrei dire con lo spirito del dopo Resurrezione, come l’evangelista Luca ci dice.
Cosa accade ai discepoli? Se consideriamo bene notiamo: c’è stanchezza, delusione e mancano i motivi per fare comunione. Ce lo dicono i due di Emmaus che stanno lasciando Gerusalemme. Essi incontrano il Risorto, camminano con Lui, lo ascoltano, celebrano la cena con Lui e cosa fanno al termine dell’incontro? Tornano a Gerusalemme per condividere la gioia dell’incontro avuto con il Risorto alla locanda di Emmaus, e così Gerusalemme, là dove raggiungono gli altri discepoli del Maestro, diviene il luogo della “comunione ritrovata”, dove essi diventano parte essenziale nel loro narrare e condividere l’esperienza vissuta.
Chiediamoci: ma quella dei due di Emmaus, non è forse anche la situazione che viviamo noi, oggi, a livello parrocchiale e diocesano, nella fatica di vivere la comunione reale?
Non preferiamo anche noi, spesso, la strada di Emmaus, cioè la strada del nostro piccolo mondo personale, delle appartenenze parrocchiali e di gruppi e movimenti, rinunciando alla dimensione più ampia dell’appartenenza diocesana, solo perché impegnativa, a volte anche faticosa, che sempre ci scomoda? Non ci lasciamo convincere che se manchiamo noi, non succede nulla, non se ne accorge nessuno, le cose si fanno lo stesso, perché qualcun altro le farà, senza cogliere la nostra irripetibilità, unicità e l’importanza del contributo insostituibile di ciascuno perché ciascuno porta in sé l’unzione battesimale? La Nota Pastorale allora, cogliamola come incontro con l’inedito, come stimolo per “tornare a Gerusalemme” e stare insieme, come comunità (lo stare con Maria e gli Apostoli che gli Atti ci richiamano) per accogliere, nel dono dello Spirito Santo, la comunione; ma anche per diventare ciascuno e tutti insieme collaboratori, artigiani – direi usando un termine caro a Papa Francesci – della comunione.
E ancora, poniamoci la domanda:
dei discepoli a Gerusalemme di dice, nel vangelo di Giovanni al capitolo 20, che “le porte erano chiuse per timore dei Giudei” e inoltre che essi portavano il segno del tradimento nel loro essere 11 e non più 12. Ma non accade anche a noi questo, oggi, nella nostra Chiesa? Non sperimentiamo chiusure verso gli altri, chiusure di diffidenza, di sospetto, di pregiudizio, con l’incomunicabilità che ogni chiusura comporta in sé? Non ci sono a volte,“chiusure” all’interno delle nostre comunità parrocchiali, tra le varie comunità parrocchiali, altre volte tra le parrocchie e la dimensione diocesana? E speriamo che non si siano chiusure anche tra le nostre comunità e la Chiesa universale? Non portiamo anche noi i segni dei vari tradimenti subìti o proposti, con il nostro comportamento, con le nostre assenze, con il nostro disinteresse?
Ebbene, che fare?
“Torniamo a Gerusalemme” così come siamo. Ogni volta che lo facciamo, che facciamo lo sforzo di uscire dalle nostre prospettive ristrette ne abbiamo sempre trovato grande beneficio. So che costa, ma è sempre così perché la chiusura ci fa stare piano piano in una stanza sempre più con aria viziata, viene a mancare l’ossigeno e moriamo. L’apertura ci fa respirare aria fresca, aria di Spirito Santo, aria nuova che rinnova (pensiamo alle esperienze diocesane già vissute insieme come, ad esempio, il pellegrinaggio a Roma, le veglie e celebrazioni diocesane nell’Anno Santo – solo per ricordare alcune recenti esperienze -… ecc.). C’è stata sicuramente la fatica: di crederci – innanzitutto -, di organizzarci, di partire, faticare ma poi celebrando, stando insieme, realizzando insieme: quanta gioia, quanta felicità abbiamo riportato nelle nostre case e comunità. Solo chi non ha partecipato giudicando sempre e solo dall’alto in basso, senza coinvolgersi è rimasto nell’amarezza, nel suo giudizio già a priori negativo…
Il Signore parte sempre da ciò che è reale e concreto, anche quando non è perfetto, non è adeguato, non è sano. E’ Lui che lo perfezionerà, Lui che lo guarirà se noi lo permetteremo. Se noi ci staremo. E per starci occorre esserci!
Occorre esserci con speranza ed entusiasmo che nascono dal cogliere ciò che ci aspetta se tutti ci poniamo in cammino.
Comprendo bene che siamo ad una svolta importante come Chiesa Diocesana, che, come richiamo nella Nota Pastorale, deve riscoprire e vivere la Sua maternità che con i Sacramenti genera i piccoli alla vita di fede, ma sempre rigenera alla fede autentica, viva, chi i Sacramenti li ha già ricevuti, chi fa parte della comunità, ma spesso in modo stanco, approssimativo, sciatto, datato, statico: e questi siamo tutti noi! Nessuno escluso.
In più, in un clima culturale del relativismo imperante. In quella cultura liquida che teorizzò il filosofo Baumann morto proprio pochi giorni fa e che ha preso e prende la cultura nella quale viviamo e se non si sta attenti anche la Chiesa; in questo clima non dobbiamo arrenderci, dobbiamo ripartire con slancio quasi come quando ci si dà un colpo di reni in mare quando siamo appoggiati con i piedi su uno scoglio e vogliamo riprendere a nuotare per ripartire da qualcosa di solido su cui siamo fondati per arrivare a riva: la Parola di Dio, il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’amore all’uomo perché Dio per primo ama noi e – anche se faticando – partiamo per generare. E ogni atto generativo o rigenerativo è faticoso, a volte doloroso, perché è un parto di “nuovo”, di più alto e di più vero. E quando è rigenerativo è ancor più difficile.
Forse – qualcuno ipotizza – sarebbe più facile cominciare tutto da capo nel proporre e vivere la fede che cominciare dalla nostra situazione di cristiani che si credono tali ma senza esserne troppo convinti e convincenti…
Credo sia bene, dunque, collocarci entro questa cornice di senso: l’impegno, la fatica di questo tempo, non è da eludere, ma da cogliere e vivere come necessari. Se non lo facciamo, se ci ritraiamo dalla fatica, dall’impegno, per paura di scomodarci, di soffrire, di essere incompresi, forse anche un po’ boicottati dai soliti che sanno tutto e vogliono decidere tutto nelle nostre comunità – spesso un po’ vecchie, rassegnate e tristi – rischiamo di “abortire” la vita nuova che lo Spirito vuole suscitare e per grazia di Dio – lo dice anche la vostra massiccia presenza qui oggi – sta suscitando nella nostra Chiesa Diocesana.
Ci aiutano in questo cammino i primi, significativi, passi che già sono stati compiuti e che, come ogni germoglio in un tronco, rafforzano la speranza e invitano alla fiducia. Penso e condivido con voi i momenti di incontro e di approfondimento vissuti nel Corso “Si può fare…” per i catechisti, nei percorsi per gli accompagnatori dei genitori “Chi ben comincia” e le comunità che in vari modi hanno già cominciato o hanno annunciato che desiderano iniziare il cammino.
Richiamo a tutti l’importanza della formazione non solo riguardo i contenuti, ma anche circa lo stile e la mentalità, come anche il cuore… mi piace far riecheggiare in questo mio riferimento il monito di Gesù: “Vino nuovo in otri nuovi”! Queste opportunità formative sono occasioni per vivere l’appartenenza più ampia alla Chiesa Diocesana e per lasciarsi accompagnare, sapendo che può diventare ed essere accompagnatore solo chi, a sua volta, si lascia accompagnare; chi si esime da questa esperienza, chi pensa di non averne bisogno, rischia di ergersi a maestro: ma il Maestro è uno solo e Lui solo guida e conduce; tutti noi accompagniamo da fratelli e non da maestri e proponiamo una esperienza non perché imparata, ma perché vissuta in prima persona. E permettetemi ancora di chiedere a voi un aiuto.
Lo scorso anno, per preparare la Nota, ho riflettuto per lunghi mesi, in diverse occasioni e tempi, con varie modalità, insieme ai nostri sacerdoti che ringrazio per quanto fanno con tanta generosità ma che – hanno confessato: alcuni sinceramente, altri perché non desiderosi di partire, altri invece non lo hanno confessato ma so che lo sentono… – hanno confessato, dicevo, che non sanno da che parte iniziare, che fanno fatica… Un po’ troppo abituati a non aggiornarsi e a svolgere servizi comunitari importanti ma che impediscono loro, purtroppo, di guardare da una parte il mondo, la cultura attuale… e dall’altra anche di cercare di comprendere come leggere e proporre la bella notizia del Vangelo, di avere un po’ di tempo per loro e per riflettere sulle strategie pastorali da adottare per trasmettere efficacemente la fede all’uomo di oggi, hanno dichiarato di non sentirsi pronti. Vi chiederei allora, di coinvolgerli – voi potete farlo, se volete riuscite a farlo – nel vostro/nostro cammino.
“Nemo dat quod non habet” dicevano gli antichi “nessuno può donare ciò che non ha”: non si può accompagnare se non si viene accompagnati, non si può donare comunione se non la si vive in prima persona. Questo vale per tutti! E tutti dobbiamo recuperare e vivere questo imperativo importante.
Grazie dunque a voi. Grazie anche ai membri dell’equipe diocesana che si sono messi e si stanno mettendo in gioco – il gioco non è finito anzi è solo iniziato… – con entusiasmo, sacrificio ed impegno per maturare questo spirito e mettersi a servizio del progetto e delle comunità della Diocesi.
A tutti auguro un pomeriggio fruttuoso. Io starò qui con voi per gustare con voi la gioia del condividere quella missione di annunciare il Vangelo per la vita cristiana che mi vede come primo responsabile. E sto qui anche io per imparare ascoltando quanto emergerà da questo pomeriggio, disponibile al termine, se sarà necessario, ad offrire qualche dritta. Ringrazio, ancora una volta, Suor Giancarla Barbon e Padre Rinaldo Paganelli per il tempo prezioso che dedicano alla nostra Chiesa diocesana. Don Gianluca Zelli – infaticabile – e Suor Giovanna Boer e affido alla Madonna di Fatima, a cui è dedicato il luogo in cui ci troviamo e della quale quest’anno celebreremo il centenario delle apparizioni, la buona riuscita di questo nostro incontro. Buon lavoro a tutti!
+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli

 

 

 

 

 

L’amore dei risorti: purezza degli angeli, pienezza di Dio
XXXII Domenica Tempo ordinario – Anno C In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice:“Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Isadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, e lo sottopongono a Gesù come caricatura della sua fede nella risurrezione. Lo sappiamo: non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata indefinita, anziché come intensità e profondità, come infinita scoperta di cosa significhi amare con il cuore stesso di Dio.
L’unica piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: « si prendala vedova… Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tut- ti e sette».
Il loro linguaggio non è sfiorato neppure da un’ombra di amore, ma riduce la carne dolorante e luminosa della vita a uno strumento, una cosa da adoperare per i propri fini.
Gesù non ci sta, e alla loro domanda banale ( di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) contrappone un intero mondo nuovo:
Quelli che risorgono non prendono né moglie né marito. Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l’unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l’amore ( 1 Cor 13,8).
I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio. E ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
E finalmente nell’ultimo giorno, a noi che abbiamo fatto tanta fatica per imparare ad amare, sarà dato di amare con il cuore stesso di Dio.
I risorti saranno come angeli. Ma che cosa sono gli angeli? Le creature un po’ evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario romantico?
O non piuttosto, biblicamente, annunciatori di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10), presenti alla Presenza?
Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di» ripetuta 5 volte è racchiuso il motivo ultimo della risurrezione, il segreto dell’eternità.
Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un legame, indissolubile e reciproco, e che dice: Dio appartiene a loro, loro a Dio.
Così totale è il legame, che il Signore non può pronunciare il proprio nome senza pronunciare anche quello di coloro che ama. Il Dio forte al punto di inondare di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale di sé stesso. Questo Dio di uomini vive solo se io e tu vivremo, per sempre, con Lui.
(Letture: 2 Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38).