Omelie Domenicali …

https://youtu.be/J5XEm1AfmOg

Grado della Celebrazione: DOMENICA
Colore liturgico: Verde

La parola del Signore che ci invitava, domenica scorsa, a perseverare nella preghiera – Dio ascolterà coloro che perseverano nella loro preghiera – risuona ancora alle nostre orecchie mentre il testo evangelico di oggi completa l’insegnamento sulla preghiera: bisogna certamente pregare, e pregare con insistenza. Ma questo non basta, bisogna pregare sempre di più. E il primo ornamento della preghiera è la qualità dell’umiltà: essere convinti della propria povertà, della propria imperfezione e indegnità. Dio, come ci ricorda la lettura del Siracide, ascolta la preghiera del povero, soprattutto del povero di spirito, cioè di colui che sa e si dichiara senza qualità, come il pubblicano della parabola.
La preghiera del pubblicano, che Gesù approva, non parte dai suoi meriti, né dalla sua perfezione (di cui nega l’esistenza), ma dalla giustizia salvatrice di Dio, che, nel suo amore, può compensare la mancanza di meriti personali: ed è questa giustizia divina che ottiene al pubblicano, senza meriti all’attivo, di rientrare a casa “diventato giusto”, “giustificato”.

Cristo si definisce di fronte ad un mondo diviso in due: quello degli oppressori senza Dio e senza cuore, e quello degli oppressi senza protezione. Egli scopre un peccato: il peccato sociale, più forte che mai, antico quanto l’uomo; ed egli lo analizza in profondità nell’ingenuità di una parabola dalla quale trae un duplice insegnamento. Quello del clamore che sale verso Dio gridando l’ingiustizia irritante in una preghiera fiduciosa e senza risentimento, tenacemente serena e senza scoraggiamenti, con la sicurezza che verrà ascoltata da un giudice che diventa il Padre degli orfani e il consolatore delle vedove. D’altro canto, Gesù stesso prende posizione, rivoltandosi come una forza trasformatrice dell’uomo su questa terra deserta di ogni pietà, per mezzo della risposta personale della sua propria sofferenza, agonizzante, in un giudizio vergognoso, senza difesa e senza colpa. Neanche lui viene ascoltato, ma si abbandona ciecamente a suo Padre, dalla sua croce, che ottiene per tutti la liberazione. La sua unica forza viene dal potere di una accettazione, certa, ma profetica, denunciante. Ci chiede, dalla sua croce: quando ritornerò a voi troverò tutta questa fede, che prega nella rivolta?

RITROVARTI DOPO ESSERSI SMARRITI

È così facile smarrire le tue vie nella vita concreta, Signore.

Lasciare spazio alle asperità del nostro carattere quando familiari e amici, o semplici sconosciuti rivendicano la loro presenza e le loro esigenze, chiedono attenzione e considerazione, vorrebbero essere trattati come trattiamo noi stessi.

Seguire le richieste e le istanze del mondo professionale e sociale, senza chiedersi se sono giuste e corrette, secondo le tue Parole, senza immaginare se i nostri comportamenti di fronte ai clienti sarebbero identici ci fosse al loro posto nostra madre.

Rinchiudersi nel proprio mondo tranquillo, tenere fuori dalla porta le domande degli estranei, inscatolare nel televisore o nelle riviste i giusti appelli alla giustizia e alla dignità
provenienti dalle varie parti dell’unico mondo.

Seminare la zizzania delle mormorazioni, i giudizi taglienti e senza contraddittorio,
le invenzioni che nascono dal “si dice” e diventano calunnie, uccidendo la dignità e il bene che avrebbero costruito quelle persone.

Far crescere dentro di sé il risentimento, l’invidia, la superbia, senza riuscire a guardarsi allo specchio alla ricerca della verità, che è sempre riconoscere la propria condizione di creatura, i cui meriti sono spesso legati alle possibilità ricevute come dono dal proprio contesto, dalla propria storia, dalla propria vita.

Perdere di vista la meta finale dell’incontro con te, senza dedicarti il tempo per far crescere la nostra relazione, senza considerarti parametro ultimo di vita, senza riconoscerti semplicemente Padre, e accogliere la tua infinita tenerezza con gratitudine e gioia.

I volti della Misericordia

Di fronte al meraviglioso annuncio della Misericordia di Dio, tante volte ribadito in questo Anno Santo straordinario, oggi come sempre dobbiamo sconfiggere alcune tentazioni.
La prima è quella di non crederci: c’è chi è più propenso a immaginare Dio come giustiziere e vendicatore, nello spirito di alcuni passi dell’Antico Testamento. Chi ha il cuore duro rischia di rendere la propria vita un inferno, oltre a contribuire a distruggere quella degli altri. Gesù ribadisce che per Dio ciascuno è prezioso, tanto da cercarlo senza sosta e facendo festa quando lo ritrova. Chi ama è disposto a capire ciò che ha fuorviato l’amato; così diventa possibile il perdono.
La seconda tentazione è quella di sentirsi a posto. Qualcuno è persino infastidito dalla misericordia, bollandola come eccessiva indulgenza o inutile “buonismo”. Semplicemente ritiene di essere perfetto così com’è, a differenza di tante altre persone dove trova immediatamente travi e pagliuzze. Sappiamo bene che anche il migliore uomo del mondo è imperfetto e peccatore, se si esamina alla luce del Vangelo, se considera la pienezza dell’amore come meta. Tutti dobbiamo riconoscere che non basterà la vita intera a imparare ad amare. Tutti abbiamo bisogno di convertirci, facendo passi avanti nel cammino.
La terza tentazione è quella di bearci nella culla della misericordia ricevuta, senza farla diventare il nostro metro di giudizio e di relazione. Non essere «misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli». Non accogliere chi implora considerazione e perdono. O, al contrario del buon pastore evangelico, non andare a cercare chi si è smarrito.
Ogni comunità ha tanta strada da fare sulla via della Misericordia.

FARSI RICCHI PRESSO DIO

Quanto amo la ricchezza, Signore!
Amo il benessere, il divertimento, il consumismo.
C’è sempre un’ultima generazione di prodotti da dover possedere.
Sono nato in questo mondo opulento e ovattato,
in questo tempo in cui tanti desideri sono a portata di mano.
Sono davvero tutti sbagliati, Signore?

Le tue parole sono perentorie: o Dio o la ricchezza.
Non si può esser servi in contemporanea di due padroni così diversi.
Forse è questione di prospettiva:
chi mira alla ricchezza ha uno sguardo limitato
perché guarda soltanto alla propria vita;
chi mira a Dio vede molto più lontano,
dove la solidarietà conta e il tempo è eterno.

Chi vede lontano intuisce che un giorno, forse più vicino del previsto,
i poveri pretenderanno la loro fetta della torta delle risorse terrestri,
i giovani rivendicheranno il diritto di riprendersi il futuro,
gli onesti si solleveranno contro ogni tipo d’ingiustizia.

Ben prima che ce lo chieda tu,
il mondo stesso ci chiederà il conto delle nostre ricchezze.
Se sono nate dalla corruzione, dalla menzogna, dal privilegio,
qualcuno avrà ragione ad additarci come sanguisuga dell’umanità.

Se sono nate dal lavoro costante e corretto,
ma sono rimaste impigliate nelle sole nostre mani,
saranno più difficili da abbandonare nel momento del distacco.
Se sono state offerte e condivise,
saranno un tesoro di riconoscenza e gioia
nel fiorire delle vite concrete di chi ne ha beneficiato.

Se poi avremo imparato dalla tua Parola
a nascondere agli occhi umani la nostra mano generosa
sapremo che il tesoro sarà presso di te,
e nessuno ce lo potrà mai portare via.

Servi di Dio o della ricchezza?

Leggendo il Vangelo di Luca non possiamo aver dubbi: per Gesù la ricchezza è pericolosa e malvagia. «Guai a voi, ricchi perché avete già la vostra ricompensa» (6,24); «Quant’è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio» (18,24-25); «Ha rimandato i ricchi a mani vuote» (1,53); «A quelle parole divenne molto triste, perché era molto ricco» (18,23). Il contesto sociale del territorio dove Gesù operava presentava una larghissima differenza tra pochi ricchi – spesso disonesti – e la maggioranza che viveva dello strettissimo necessario, alla mercé dell’insicurezza naturale legata ad agricoltura, pesca e pastorizia, e delle richieste esose del potente di turno.
Il progresso umano ha consentito, specie nell’ultimo secolo, di allargare le possibilità economiche a gruppi sempre più ampi di esseri umani. Un Dio che è Amore non può dispiacersi di tutto ciò. Tuttavia dovremmo sempre chiederci se con le nostre scelte stiamo seguendo e servendo Dio oppure la ricchezza. Se il nostro obiettivo è l’accumulo di beni o di affetti, di piacere personale o di amore reciproco. Se tutto quello che possediamo ci è veramente necessario, oppure potrebbe essere più utile a qualcun altro.
Se poi dovessimo accorgerci che il nostro guadagno nasce dalla diso-nestà, dalla violenza, dall’ingiustizia, allora sarebbe doveroso il cam-biamento, per il rispetto della vita dei nostri fratelli, dei nostri figli, del-la nostra stessa dignità. La corsa alla ricchezza nella storia ha spesso avuto il potere di distruggere l’umanità. Non dimentichiamolo mai.