SCHEMA GENERALE PER L’ESAME DI COSCIENZA

SCHEMA GENERALE PER L’ESAME DI COSCIENZA

1. Mi accosto al Sacramento della Penitenza per un sincero desiderio di puri cazione, di conversione, di rinnovamento di vita e di più intima amicizia con Dio, o lo considero piuttosto come un peso, che solo rara- mente sono disposto ad addossarmi?

2. Ho dimenticato o, di proposito, ho taciuto peccati gravi nella confes- sione precedente o nelle confessioni passate?

3. Ho soddisfatto alla penitenza che mi è stata imposta? Ho riparato i torti da me compiuti? Ho cercato di mettere in pratica i propositi fatti per emendare la mia vita secondo il Vangelo?

Alla luce della parola di Dio, ognuno esamini se stesso.

I. Il Signore dice: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore».

1. Il mio cuore è davvero orientato a Dio; posso dire di amarlo davvero sopra tutte le cose e con amore di glio, nell’osservanza fedele dei suoi co- mandamenti? Mi lascio troppo assorbire dalle cose temporali? È sempre retta la mia intenzione nell’agire?

2. È salda la mia fede in Dio, che nel Figlio suo ha rivolto a noi la sua parola? Ho dato la mia piena adesione alla dottrina della Chiesa? Ho avuto a cuore la mia formazione cristiana, ascoltando la parola di Dio, parte- cipando alla catechesi, evitando tutto ciò che può insidiare la fede? Ho professato sempre con coraggio e senza timore la mia fede in Dio e nella Chiesa? Ho tenuto a dimostrarmi cristiano nella vita privata e pubblica?

3. Ho pregato al mattino e alla sera? E la mia preghiera è un vero collo- quio cuore a cuore con Dio, o è solo una vuota pratica esteriore? Ho sapu- to o rire a Dio le mie occupazioni, le mie gioie e i miei dolori? Ricorro a lui con ducia anche nelle tentazioni?

4. Ho riverenza e amore verso il nome santo di Dio, o l’ho o eso con la bestemmia, col falso giuramento, col nominarlo invano? Sono stato irri- verente verso la Madonna e i Santi?

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5. Santi co il giorno del Signore e le feste della Chiesa, prendendo parte con partecipazione attiva, attenta e pia alle celebrazioni liturgiche, e spe- cialmente alla Santa Messa? Ho evitato di esercitare lavoro non necessario nei giorni festivi? Ho osservato il precetto della confessione almeno an- nuale e della comunione pasquale?

6. Ci sono per me «altri dei», cioè espressioni o cose delle quali mi inte- resso o nelle quali ripongo ducia più che in Dio, per es.: ricchezza, super- stizioni, spiritismo e altre forme di magia?

II. Il Signore dice: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi».

1. Amo davvero il mio prossimo, oppure abuso dei miei fratelli, serven- domi di loro per i miei interessi e riservando ad essi un trattamento che non vorrei fosse usato nei miei confronti? Ho dato scandalo con le mie parole o le mie azioni?

2. Nella mia famiglia, ho contribuito con pazienza e con vero amore al bene e alla serenità degli altri?

Per i singoli componenti della famiglia:

– Per i gli. Sono stato obbediente ai genitori, li ho rispettati e onorati? Ho prestato loro aiuto nelle necessità spirituali e materiali? Mi sono im- pegnato nella scuola? Ho rispettato le autorità? Ho dato buon esempio in ogni situazione?

– Per i genitori. Mi sono preoccupato dell’educazione cristiana dei gli? Ho dato loro buon esempio? Li ho sostenuti e diretti con la mia autorità?

– Per i coniugi. Sono stato sempre fedele negli a etti e nelle azioni? Ho avuto comprensione nei momenti di inquietudine?

3. So dare del mio, senza gretto egoismo, a chi è più povero di me? Per quanto dipende da me, difendo gli oppressi e aiuto i bisognosi? Oppure tratto con su cienza o con durezza il mio prossimo, specialmente i pove- ri, i deboli, i vecchi, gli emarginati, gli immigrati?

4. Mi rendo conto della missione che mi è stata a data? Ho partecipato alle opere di apostolato e di carità della Chiesa, alle iniziative e alla vita della parrocchia? Ho pregato e o erto il mio contributo per le necessità

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della Chiesa e del mondo, per es. per l’unità della Chiesa, per l’evangeliz- zazione dei popoli, per l’instaurazione della giustizia e della pace?

5. Ho a cuore il bene e la prosperità della comunità umana in cui vivo o mi curo soltanto dei miei interessi personali? Partecipo, per quanto posso, alle iniziative che promuovono la giustizia, la pubblica moralità, la con- cordia, le opere di bene cenza? Ho compiuto i miei doveri civili? Ho pa- gato regolarmente le tasse?

6. Sono giusto, impegnato, onesto nel lavoro, volenteroso di prestare il mio servizio per il bene comune? Ho dato la giusta mercede agli operai e a tutti i sottoposti? Ho osservato i contratti e tenuto fede alle promesse?

7. Ho prestato alle legittime autorità l’obbedienza e il rispetto dovuti?

8. Se ho qualche incarico o svolgo mansioni direttive, bado solo al mio tornaconto o mi impegno per il bene degli altri, in spirito di servizio?

9. Ho praticato la verità e la fedeltà, oppure ho arrecato del male al pros- simo con menzogne, calunnie, detrazioni, giudizi temerari, violazione di segreti?

10. Ho attentato alla vita e all’integrità sica del prossimo, ne ho o eso l’onore, ne ho danneggiato i beni? Ho procurato o consigliato l’aborto? Ho taciuto in situazioni dove potevo incoraggiare al bene? Nella vita matri- moniale sono rispettoso dell’insegnamento della Chiesa circa l’apertura alla vita e al rispetto di essa? Ho agito contro la mia integrità sica (ad es.: sterilizazzione)? Sono stato sempre fedele anche con la mente? Ho serbato odio? Sono stato rissoso? Ho pronunziato insulti e parole o ensive, fo- mentando screzi e rancori? Ho colpevolmente ed egoisticamente omesso di testimoniare l’innocenza del prossimo? Guidando la macchina o utiliz- zando altri mezzi di trasporto ho esposto al pericolo la mia vita o quella degli altri?

11. Ho rubato? Ho ingiustamente desiderato la roba d’altri? Ho danneg- giato il prossimo nei suoi averi? Ho restituito quanto ho sottratto e ho riparato i danni arrecati?

12. Se ho ricevuto dei torti, mi sono dimostrato disposto alla riconcilia- zione e al perdono per amore di Cristo, o serbo in cuore odio e desiderio di vendetta?

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III. Cristo Signore dice: «Siate perfetti come il Padre».

1. Qual è l’orientamento fondamentale della mia vita? Mi faccio animo con la speranza della vita eterna? Ho cercato di ravvivare la mia vita spi- rituale con la preghiera, la lettura e la meditazione della parola di Dio, la partecipazione ai sacramenti? Ho praticato la morti cazione? Sono stato pronto e deciso a stroncare i vizi, a soggiogare le passioni e le inclinazio- ni perverse? Ho reagito ai motivi di invidia, ho dominato la gola? Sono stato presuntuoso e superbo; ho preteso di a ermare tanto me stesso, da disprezzare gli altri e preferirmi ad essi? Ho imposto agli altri la mia vo- lontà, conculcando la loro libertà e trascurando i loro diritti?

2. Che uso ho fatto del tempo, delle forze, dei doni ricevuti da Dio come i «talenti del vangelo»? Mi servo di tutti questi mezzi per crescere ogni giorno di più nella perfezione della vita spirituale e nel servizio del pros- simo? Sono stato inerte e pigro? Come utilizzo internet e altri mezzi di comunicazione sociale?

3. Ho sopportato con pazienza, in spirito di fede, i dolori e le prove della vita? Come ho cercato di praticare la morti cazione, per compiere quello che manca alla passione di Cristo? Ho osservato la legge del digiuno e dell’astinenza?

4. Ho conservato puro e casto il mio corpo, nel mio stato di vita, pen- sando che è tempio dello Spirito Santo, destinato alla risurrezione e alla gloria? Ho custodito i miei sensi e ho evitato di sporcarmi nello spirito e nel corpo con pensieri e desideri cattivi, con parole e con azioni indegne? Mi sono permesso letture, discorsi, spettacoli, divertimenti in contrasto con l’onestà umana e cristiana? Sono stato di scandalo agli altri con il mio comportamento?

  1. Ho agito contro coscienza, per timore o per ipocrisia?
  2. Ho cercato di comportarmi in tutto e sempre nella vera libertà dei gli

di Dio e secondo la legge dello Spirito, o mi sono lasciato asservire dalle mie passioni?

7. Ho omesso un bene che era per me possibile realizzare?

Omelie Domenicali …

https://youtu.be/J5XEm1AfmOg

Grado della Celebrazione: DOMENICA
Colore liturgico: Verde

La parola del Signore che ci invitava, domenica scorsa, a perseverare nella preghiera – Dio ascolterà coloro che perseverano nella loro preghiera – risuona ancora alle nostre orecchie mentre il testo evangelico di oggi completa l’insegnamento sulla preghiera: bisogna certamente pregare, e pregare con insistenza. Ma questo non basta, bisogna pregare sempre di più. E il primo ornamento della preghiera è la qualità dell’umiltà: essere convinti della propria povertà, della propria imperfezione e indegnità. Dio, come ci ricorda la lettura del Siracide, ascolta la preghiera del povero, soprattutto del povero di spirito, cioè di colui che sa e si dichiara senza qualità, come il pubblicano della parabola.
La preghiera del pubblicano, che Gesù approva, non parte dai suoi meriti, né dalla sua perfezione (di cui nega l’esistenza), ma dalla giustizia salvatrice di Dio, che, nel suo amore, può compensare la mancanza di meriti personali: ed è questa giustizia divina che ottiene al pubblicano, senza meriti all’attivo, di rientrare a casa “diventato giusto”, “giustificato”.

Cristo si definisce di fronte ad un mondo diviso in due: quello degli oppressori senza Dio e senza cuore, e quello degli oppressi senza protezione. Egli scopre un peccato: il peccato sociale, più forte che mai, antico quanto l’uomo; ed egli lo analizza in profondità nell’ingenuità di una parabola dalla quale trae un duplice insegnamento. Quello del clamore che sale verso Dio gridando l’ingiustizia irritante in una preghiera fiduciosa e senza risentimento, tenacemente serena e senza scoraggiamenti, con la sicurezza che verrà ascoltata da un giudice che diventa il Padre degli orfani e il consolatore delle vedove. D’altro canto, Gesù stesso prende posizione, rivoltandosi come una forza trasformatrice dell’uomo su questa terra deserta di ogni pietà, per mezzo della risposta personale della sua propria sofferenza, agonizzante, in un giudizio vergognoso, senza difesa e senza colpa. Neanche lui viene ascoltato, ma si abbandona ciecamente a suo Padre, dalla sua croce, che ottiene per tutti la liberazione. La sua unica forza viene dal potere di una accettazione, certa, ma profetica, denunciante. Ci chiede, dalla sua croce: quando ritornerò a voi troverò tutta questa fede, che prega nella rivolta?

stud. giorgia

Qual’ è secondo te, la base biblica della fede della Chiesa in Dio uno e trino?

Qual è la base biblica della fede in Gesù vero Dio e vero uomo o Figlio di Dio fatto uomo?

È estremamente importante quando leggiamo la Bibbia, capire il senso delle parole secondo quello che Dio intende. Ogni parola infatti può avere più significati; similmente la parola fede, nella Bibbia vuol dire una cosa, ma nella società di oggi ne vuol dire un’altra.

Nella Bibbia avere fede in Dio vuol dire accogliere veramente Dio nella propria vita come Signore e Sovrano confidando il Lui in tutto. Diversamente nel mondo di oggi, si pensa che credere in Dio significhi accettare intellettualmente delle verità intorno a Lui, pur senza seguirLo totalmente.

Dobbiamo ricordare però che Dio è molto rigido nel dichiarare che non esiste verità al di fuori della verità che Lui ha dichiarato nella Bibbia. Gesù Cristo afferma che è impossibile arrivare al Padre se non per mezzo di Lui.

Allora per poter capire qual è la vera fede della Chiesa, dobbiamo riuscire ad ascoltare attentamente quello che dichiara la Bibbia, non quello che dichiarano gli uomini.

Dio ha guidato gli autori della Bibbia ad usare questa parola “ekklesia”, per indicare l’assemblea di coloro che hanno veramente ricevuto la salvezza per mezzo della fede in Gesù Cristo.

Secondo la Bibbia, Cristo è il capo della Chiesa. Perciò chi è veramente membro della Chiesa segue Cristo come capo, perché Egli è: il Figlio di Dio, ma che significa questa proclamazione che è il nucleo della fede e dell’annuncio cristiano.

Nei loro scritti, gli Apostoli e gli Evangelisti enunciano e illustrano questo mistero perché ogni uomo a cui giunge il Vangelo possa accogliere Gesù come il Signore e il Salvatore della propria vita: essi insegnano che Gesù è il Verbo che era presso Dio fin da Principio, e che è Dio; per mezzo di Lui è stato creato tutto ciò che esiste, perché in Lui è la vita (cfr. Gv 1,1-4).

Ebbene questo verbo si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14), abbracciando così la nostra condizione di natura decaduta: infatti Egli «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sè stesso, assumendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini» (Fil. 2,6-7).

La testimonianza degli apostoli è dunque il fondamento della fede della Chiesa. Essi ci hanno trasmesso le sue parole e i suoi gesti, e la loro conoscenza di Lui. Lo hanno sentito affermare: « quando avrete innalzato (sulla croce) il Figlio dell’uomo, allora saprete che lo sono» (Gv 8,28), usando così una formula che riproduce l’indicibile nome di Dio, Jahvè (= Io sono Colui Che Sono)(Gn 3,14); lo hanno sentito uguagliarsi a Dio Padre, dicendo «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30); sanno che prima di essere in questo mondo, Egli preesisteva nell’eternità, come ha detto nel congedarsi da loro: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e torno al Padre» (Gv 16,28); hanno assistito meravigliati al suo insegnamento, nel quale Egli “corregge” i precetti dell’Antica Alleanza «Avete inteso che fu detto agli antichi … ma io vi dico …» (Mt 5,21.27.33.38.43) e ne da uno nuovo (Gv 13,34); essi, sono testimoni dei grandi miracoli e segni con cui Dio lo ha accreditato presso gli uomini come Figlio suo (cfr. At 2,22), il più eloquente dei quali è la sua stessa risurrezione da morte.

Con altrettanta certezza sanno che il Figlio di Dio si è fatto veramente uomo: Egli nasce da una donna (cfr. Gal 4,4) e da essa riceve una natura umana come la nostra; compie l’itinerario dell’infanzia secondo le prescrizioni della legge e dei costumi del suo tempo come ogni israelita (Lc 2,21-52); il suo corpo prova la fame (cfr. Mt 4,2), la sete e la stanchezza (cfr. Gv 4,6-7) come ogni uomo; la sua anima vive tutta la gamma delle emozioni: gioiose (cfr. Lc 10,21) e si rattrista (cfr. Gv 11,35), la meraviglia (cfr. Mc 6,6) e lo sdegno (cfr. Mt 21,12), la tenerezza (cfr. Mc 10,13) e la rabbia (cfr. Lc 12,37 e ss.); infine sperimenta il dolore fisico e spirituale della morte.

Per concludere io penso che per capire veramente fino infondo questo mistero di fede, ciò di cui abbiamo bisogno è che si realizzi anche per noi e per ogni uomo la promessa del profeta Isaia: «la Vergine concepirà un Figlio che sarà chiamato “Emmanuele”, che significa: Dio-con-noi» (Is 7,14 in Mt 1,23).

articolo scritto dalla catechista

Giorgia benedetti

RITROVARTI DOPO ESSERSI SMARRITI

È così facile smarrire le tue vie nella vita concreta, Signore.

Lasciare spazio alle asperità del nostro carattere quando familiari e amici, o semplici sconosciuti rivendicano la loro presenza e le loro esigenze, chiedono attenzione e considerazione, vorrebbero essere trattati come trattiamo noi stessi.

Seguire le richieste e le istanze del mondo professionale e sociale, senza chiedersi se sono giuste e corrette, secondo le tue Parole, senza immaginare se i nostri comportamenti di fronte ai clienti sarebbero identici ci fosse al loro posto nostra madre.

Rinchiudersi nel proprio mondo tranquillo, tenere fuori dalla porta le domande degli estranei, inscatolare nel televisore o nelle riviste i giusti appelli alla giustizia e alla dignità
provenienti dalle varie parti dell’unico mondo.

Seminare la zizzania delle mormorazioni, i giudizi taglienti e senza contraddittorio,
le invenzioni che nascono dal “si dice” e diventano calunnie, uccidendo la dignità e il bene che avrebbero costruito quelle persone.

Far crescere dentro di sé il risentimento, l’invidia, la superbia, senza riuscire a guardarsi allo specchio alla ricerca della verità, che è sempre riconoscere la propria condizione di creatura, i cui meriti sono spesso legati alle possibilità ricevute come dono dal proprio contesto, dalla propria storia, dalla propria vita.

Perdere di vista la meta finale dell’incontro con te, senza dedicarti il tempo per far crescere la nostra relazione, senza considerarti parametro ultimo di vita, senza riconoscerti semplicemente Padre, e accogliere la tua infinita tenerezza con gratitudine e gioia.

I volti della Misericordia

Di fronte al meraviglioso annuncio della Misericordia di Dio, tante volte ribadito in questo Anno Santo straordinario, oggi come sempre dobbiamo sconfiggere alcune tentazioni.
La prima è quella di non crederci: c’è chi è più propenso a immaginare Dio come giustiziere e vendicatore, nello spirito di alcuni passi dell’Antico Testamento. Chi ha il cuore duro rischia di rendere la propria vita un inferno, oltre a contribuire a distruggere quella degli altri. Gesù ribadisce che per Dio ciascuno è prezioso, tanto da cercarlo senza sosta e facendo festa quando lo ritrova. Chi ama è disposto a capire ciò che ha fuorviato l’amato; così diventa possibile il perdono.
La seconda tentazione è quella di sentirsi a posto. Qualcuno è persino infastidito dalla misericordia, bollandola come eccessiva indulgenza o inutile “buonismo”. Semplicemente ritiene di essere perfetto così com’è, a differenza di tante altre persone dove trova immediatamente travi e pagliuzze. Sappiamo bene che anche il migliore uomo del mondo è imperfetto e peccatore, se si esamina alla luce del Vangelo, se considera la pienezza dell’amore come meta. Tutti dobbiamo riconoscere che non basterà la vita intera a imparare ad amare. Tutti abbiamo bisogno di convertirci, facendo passi avanti nel cammino.
La terza tentazione è quella di bearci nella culla della misericordia ricevuta, senza farla diventare il nostro metro di giudizio e di relazione. Non essere «misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli». Non accogliere chi implora considerazione e perdono. O, al contrario del buon pastore evangelico, non andare a cercare chi si è smarrito.
Ogni comunità ha tanta strada da fare sulla via della Misericordia.

FARSI RICCHI PRESSO DIO

Quanto amo la ricchezza, Signore!
Amo il benessere, il divertimento, il consumismo.
C’è sempre un’ultima generazione di prodotti da dover possedere.
Sono nato in questo mondo opulento e ovattato,
in questo tempo in cui tanti desideri sono a portata di mano.
Sono davvero tutti sbagliati, Signore?

Le tue parole sono perentorie: o Dio o la ricchezza.
Non si può esser servi in contemporanea di due padroni così diversi.
Forse è questione di prospettiva:
chi mira alla ricchezza ha uno sguardo limitato
perché guarda soltanto alla propria vita;
chi mira a Dio vede molto più lontano,
dove la solidarietà conta e il tempo è eterno.

Chi vede lontano intuisce che un giorno, forse più vicino del previsto,
i poveri pretenderanno la loro fetta della torta delle risorse terrestri,
i giovani rivendicheranno il diritto di riprendersi il futuro,
gli onesti si solleveranno contro ogni tipo d’ingiustizia.

Ben prima che ce lo chieda tu,
il mondo stesso ci chiederà il conto delle nostre ricchezze.
Se sono nate dalla corruzione, dalla menzogna, dal privilegio,
qualcuno avrà ragione ad additarci come sanguisuga dell’umanità.

Se sono nate dal lavoro costante e corretto,
ma sono rimaste impigliate nelle sole nostre mani,
saranno più difficili da abbandonare nel momento del distacco.
Se sono state offerte e condivise,
saranno un tesoro di riconoscenza e gioia
nel fiorire delle vite concrete di chi ne ha beneficiato.

Se poi avremo imparato dalla tua Parola
a nascondere agli occhi umani la nostra mano generosa
sapremo che il tesoro sarà presso di te,
e nessuno ce lo potrà mai portare via.

Servi di Dio o della ricchezza?

Leggendo il Vangelo di Luca non possiamo aver dubbi: per Gesù la ricchezza è pericolosa e malvagia. «Guai a voi, ricchi perché avete già la vostra ricompensa» (6,24); «Quant’è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio» (18,24-25); «Ha rimandato i ricchi a mani vuote» (1,53); «A quelle parole divenne molto triste, perché era molto ricco» (18,23). Il contesto sociale del territorio dove Gesù operava presentava una larghissima differenza tra pochi ricchi – spesso disonesti – e la maggioranza che viveva dello strettissimo necessario, alla mercé dell’insicurezza naturale legata ad agricoltura, pesca e pastorizia, e delle richieste esose del potente di turno.
Il progresso umano ha consentito, specie nell’ultimo secolo, di allargare le possibilità economiche a gruppi sempre più ampi di esseri umani. Un Dio che è Amore non può dispiacersi di tutto ciò. Tuttavia dovremmo sempre chiederci se con le nostre scelte stiamo seguendo e servendo Dio oppure la ricchezza. Se il nostro obiettivo è l’accumulo di beni o di affetti, di piacere personale o di amore reciproco. Se tutto quello che possediamo ci è veramente necessario, oppure potrebbe essere più utile a qualcun altro.
Se poi dovessimo accorgerci che il nostro guadagno nasce dalla diso-nestà, dalla violenza, dall’ingiustizia, allora sarebbe doveroso il cam-biamento, per il rispetto della vita dei nostri fratelli, dei nostri figli, del-la nostra stessa dignità. La corsa alla ricchezza nella storia ha spesso avuto il potere di distruggere l’umanità. Non dimentichiamolo mai.

Il Rosario

Recitare il Santo Rosario è molto semplice. Potrebbe sembrare complicato all’inizio, ma, dopo che uno l’ha recitato una o due volte, tutto diventa molto facile. Infatti è molto più difficile spiegare come si fa a dire il Rosario che recitarlo di fatto.

La parola Rosario ha due significati principali. Un significato si riferisce all’oggetto fisico (che chiameremo corona), che si compone di una serie di grani di alcuni leggermente separati dagli altri, e da grani più ravvicinati, una medaglia o crocera e una croce: l’altro importante significato si riferisce alla preghiera, per recitare la quale si usa l’oggetto stesso.

L’oggetto fisico non è indispensabile per recitare la preghiera del Rosario, ma i grani sono un’ottima guida. Inoltre la corona, se è benedetta, è un oggetto sacro, la cui presenza nella casa di qualcuno o in tasca è, in un certo senso, un aiuto allo stato di continua preghiera a Gesù per mezzo di Maria.

Quando preghiamo il Rosario, partiamo dalla croce della corona, diciamo una preghiera, quindi ci muoviamo sul primo granello e diciamo un’altra preghiera; quindi continuiamo in questo modo fino a che non siamo passati attraverso tutti i grani. (Non importa se ci muoviamo da destra a sinistra o da sinistra a destra).

Il Santo Rosario è composto da 20 Misteri della vita di Gesù e di Maria divisi in quattro serie. Essi sono: (1) i misteri gaudiosi, (2) i misteri luminosi, i misteri dolorosi, e (4) i misteri gloriosi. Dovremmo come contemplare con uno sguardo questi misteri che abbracciano tutta la vita di Gesù trasmessa dal Vangelo, il Santo Rosario infatti è una preghiera evangelica per eccellenza.

Il Papa ci raccomanda che ognuno preghi tutto il Santo Rosario (composto dai 20 misteri) ogni giorno. Chi non potesse, potrebbe recitare le rispettive serie di misteri nei giorni della settimana indicati sempre dalla recente riforma del Rosario).

Storia del mese Mariano

Incomincia nel medioevo con il tentativo di cristianizzare le feste pagane in onore della natura e della dea Maia che in onore della natura in fiore vi regnava nel rituale pagano. Evocando la Madonna, la creatura più alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine.”Fin dal secolo XII”, scrive “Cardini,” i filosofi di Chartres avevano rielaborato il concetto di natura incarnandolo in una allegoria che per molti aspetti, ricordava la Magna Mater.

Il primo ad associare la Madonna al mese di Maggio fu Alfonso X, detto il Saggio Re di Castiglia e Leon (secolo XIII), che la celebrava in Las Cantigas de Santa Maria: Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, tu luce dei santi e dei cieli via. In una cantiga dedicata alle feste di maggio, vede nella devozione a Maria il modo per coronarlo e santificarle nella gioia.

La pratica delle prime devozioni risale tuttavia al secolo XVI quando si cominciò a reagire allo spirito rinascimentale giudicato troppo paganeggiante: sicché il mese di maggio assunse anche carattere riparatore.

A Roma fu San Filippo Neri a delineare il futuro mese mariano insegnando ai giovani ad ornare di fiori l’immagine della Vergine nel mese di maggio, a cantar lodi in suo onore e a compiere atti di virtù e mortificazione.

Un secolo dopo, e precisamente nel 1677, il movimento di Fiesole, in una terra dove era vivissima la tradizione del Calendimaggio, fondò una specie di confraternita detta Comunella.“Essendo giunte le feste di Maggio”, riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico, e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominciavano a cantar maggio e far festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla santissima Vergine Mariax. e che non era dovere che noi ci lasciassimo superare dai secolari.

Si incominciò con il Calendimaggio, poi si aggiunsero le domeniche e infine tutti i giorni del mese. Si cantavano le litanie lauretane, s’incoronava la statua della Vergine con rose e le si offriva, alla fine del mese, un cuore d’argento. Sicchè alla “regina della Primavera” si contrappose la” regina del cielo.”

Queste pratiche fiorirono in tutta la penisola e la devozione a Maria cresceva. La formalizzazione del mese di Maggio è dovuta però al padre Gesuita Dionisi con il suo mese di Maria, pubblicato nel 1725 a Verona, dove si suggerisce di compiere le pratiche devozionali in casa o in luogo di lavoro, davanti ad un altarino della Madonna, con preghiere. rosario e litanie, fioretti e giaculatorie e con l’offerta alla fine del mese, del proprio cuore alla Madre di Dio.

Don Giuseppe Peligni, di ritorno dalle carceri napoleoniche sciolse quel voto fatto alla Madonna, ed istituì a Maggio del 1814 il mese mariano adottando il libricino del gesuita padre Alfonso Muzzarelli, dove di propri pugno aggiunge. Oggi dal 1 Maggio la madonna domina il suo popolo dalla cima di una scalinata di fiori.

MARIA NELLA NOSTRA VITA

«La presenza di Maria nella vita quotidiana del Popolo di Dio è soprattutto una presenza materna». Giovanni Paolo II

Maria, secondo il disegno di Dio, ha un’importanza ed un influsso fondamentali nella nostra vita di redenti. Ella è stata as­sociata in modo meraviglioso alla Redenzione ed ha preso largamente parte attiva ai Mi­steri Divini generando Gesù nel suo seno, do­nandogli il Corpo e il Sangue che doveva of­frire per noi e divenendo allo stesso tempo Madre di Dio e Madre nostra. Quale Ancel­la dell’Eterno Amore nella nostra salvezza, è la custode e la maestra delle nostre anime, ci insegna ad amare Gesù e, come suoi figli, ci tiene costantemente sotto il suo amorevo­le influsso.

In Lei più che in ogni altra creatura, Dio è sorgente di vita. In Lei ha profuso tutta la sua luce e tutto il suo amore perché, a sua volta, li trasmetta a noi. Si può dire che Ma­ria è il vaso spirituale delle grazie divine fi­no a traboccarne, affinché, madre genero­sa, ce ne faccia partecipi. Anche Lei, come Gesù, nella sua misura è amore che si dona lo Spirito Santo, adombrando Maria sua sposa, produsse il suo capolavoro: il Dio In­carnato, e continua, con la sua collaborazio­ne, a formare le membra del Corpo Mistico di Cristo. Si potrebbe anche affermare che lo Spirito Santo, più trova Maria nel nostro cuore, più diventa operante in noi.

L’influenza di Maria su di noi, essendo ella intimamente unita a Cristo Mediatore, si tra­duce in una preghiera sovrana ed efficace, che diventa potenza tutta protesa a realizza­re in noi il Regno di Dio. Per comprendere ancora meglio l’influs­so di Maria nella nostra vita dobbiamo te­ner presente che ella è nostra madre, che ci concepisce e genera alla vita divina analoga­mente alla vita che, nell’ordine temporale, ci dona la madre terrena. La sua presenza è costante e vigile sull’intera cristianità, che ella protegge nelle diverse fasi della vita così agi­tata, provvedendo ai suoi bisogni e rispondendo ai suoi appelli. Ella ha ricevuto da Dio un potere immenso per esercitarlo a nostro beneficio con azione forte e tenera allo stes­so tempo. In modo discreto, dolce, delicato si insinua in noi per condurci a salvezza. La sua azione visibile ed insostituibile e la sua influenza materna sono una delle più sicure realtà della Chiesa Cattolica.

Maria è nelle nostre anime perché ci ama e si preoccupa per noi. No, la Vergine non è lontana da noi, isolata nel suo nimbo di gloria. La sua pre­senza nella nostra vita non è un fatto eccezio­nale, non bisogna pensare alla sua immagi­ne troppo privilegiata, sublime e glorificata. Ella invece conosce tutto di noi, sia per divi­na illuminazione, sia perché ha percorso le stesse vie che noi percorriamo nel mondo. Umile, povera, perseguitata, donna del dolo­re, visse affinché si compisse la Redenzione e la Giustizia di Dio nei popoli. Furono po­che le sue gioie, immensi i suoi dolori e co­nobbe la persecuzione, l’esilio, la fame. El­la superò le difficoltà della vita chinandosi umilmente al Mistero e alla Volontà di Dio.

E’ per questo che non vi è stato o condizione sociale, in cui veniamo a trovarci, dove ella non possa esserci di luminoso esempio ed aiuto.

Il Concilio Vaticano II ci stimola a porci questa domanda: Qual è il significato di Ma­ria nella nostra vita? E risponde: Maria de­v’essere una realtà per ciascuno di noi e non un ideale lontano e irraggiungibile. Se così non fosse sarebbe come falsare la dolce sua immagine di Madre di Dio e Madre nostra. Non dunque la Madre di Dio solo da vene­rare ed implorare nel momento della neces­sità, ma la Madre a noi vicina, modello e sti­molo di vita cristiana.

Sforziamoci di conoscere Maria e scopri­remo che è lo specchio delle attese del no­stro tempo, scopriremo che le gioie, le spe­ranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sono pure le gioie, le tristezze e le spe­ranze della Madre di Gesù. Ci convincere­mo anche che, se sapremo amarla ed imitar­la, Maria sarà il punto di riferimento e di so­stegno per percorrere con più sicurezza e gioia la nostra via terrena, perchè sarà Lei a prenderci per mano e a condurci al suo Gesù.

LA STORIA DEL SANTO ROSARIO

Il rosario, un percorso di fede e di spiritualità di un intero popolo.

La storia del Rosario si può descrivere come un cammino di fede e di spiritualità, che vede coinvolto tutto un popolo, il popolo di Dio appunto, nelle sue molteplici componenti laicali ed ecclesiali, popolari, in un rapporto stretto tra devozione popolare e cultura biblico – teologica.

L’origine della vita del rosario sembra risalire alle VIII secolo, allorquando i monaci, spesso analfabeti, come era comune a quei tempi, espressero il desiderio di poter partecipare alla preghiera della chiesa.

Non conoscendo il latino, anziché recitare tutto il Salterio, composto da 150 Salmi e cardine della Liturgia delle Ore, i monaci sostituirono a tale preghiera la recita per 150 volte del Padre Nostro. All’inizio del XII secolo avvenne, in particolare in occidente, una prima trasformazione dovuta al culto mariano, con l’introduzione della prima parte dell’Ave Maria. Un secolo più tardi il monaco certosino Enrico Kalkar sostituì definitivamente i 150 Padre Nostro con le Ave Maria, suddividendole in decine e inserendo un Padre Nostro tra una decina e l’altra.

Nel frattempo il Rosario acquistò sempre più importanza e diffusione, soprattutto grazie ad un nuovo ordine religioso mendicante, i “Domenicani”, fondato da San Domenico, considerato da alcuni il vero inventore del Rosario. Successivamente si iniziò a suddividere le 150 Ave e Pater in gruppi di 50, in ambito certosino, e si inserì un altro elemento che da allora diventerà fondamentale per la preghiera: il “mistero”. Il mistero, tratto da temi evangelici o della tradizione della chiesa permetteva e permette di penetrare i punti essenziali della storia della Salvezza attraverso il dialogo tra l’anima e Dio. Più tardi, anche per evitare una eccessiva proliferazione, nel ‘400 tali misteri furono scelti e precisati, forse da Alberto da Castello.

Nel XVI secolo, San Pio V, domenicano, attraverso la bolla “Consueverunt romani pontifices” del 1569 definì e precisò la preghiera del Rosario e, dopo la vittoria di Lepanto contro i Turchi, consacrò il mese di ottobre al rosario e il 7 ottobre quale Madonna della Vittoria, successivamente trasformata da Gregorio XIII in Madonna del Rosario. Dopo questo lungo cammino multi secolare, le apparizioni mariane sembrano confermare questa preghiera quale strumento privilegiato di dialogo tra Maria e i Suoi figli. In particolare sono da ricordare le apparizioni a Lourdes e a Fatima. In quest’ultima l’angelo insegnò ai tre pastorelli portoghesi la preghiera che attualmente si recita al termine di ogni decina.

In materia di preghiera del rosario si sono espressi ancora altri papi, con encicliche, lettere apostoliche, esortazioni ed inviti a pregare col rosario. Da ultimo Giovanni Paolo II, con la lettera apostolica “Rosarium Verginis Mariae” del 6 ottobre 2002, riprendeva i temi di carattere teologico spirituale, e di tradizione mariana, integrandoli con l’inserimento di 5 nuovi misteri della vita di Gesù, chiamati “Misteri della Luce”.